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claro fuenno

DOMODOSSOLA- 06-03-2018- E' la prova dell'esistenza di un borgo domese già all'epoca romana, ovvero il corredo funerario di quello che è il primo “domese” di cui si conosce un nome, Claro Fuenno. La sua tomba, con una lapide in granito ed il corredo funerario venne rinvenuta durante la costruzione di un condominio nel 1971 all'incrocio principale di Domo, sul viale della stazione domese. Peccato che poco dopo tutto quanto venne ritrovato nella tomba sparì, ai domesi rimase solo il disegno della lapide e delle armi e di alcune urne ritrovate, fatti da Paolo Bologna e Tullio Bertamini, e poi pubblicato su un numero della rivista Oscellana. Ora i carabinieri, fanno una gradita sorpresa all'antica capitale dei Leponzi, ritrovando il corredo funebre di quell'antico soldato romano, unica, o quasi testimonianza scoperta sinora di quel lontano passato: “VIV FECER/CLARO/FVENNO ET/S[...]//EIVS PATRI/P.P.” Questa dedica fregiava la stele funeraria che ha custodito per duemila anni la tomba di CLARO FVENNO e il suo un corredo funerario- spiegano i carabinieri- composto da circa 25 manufatti, scoperti fortuitamente e recuperati nel 1971 durante la realizzazione di un pozzo a Domodossola. Di quel rinvenimento si era persa da allora ogni traccia. Il 14 dicembre 2017 i militari del Nucleo Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale di Torino, dopo una accurata ricostruzione storica e sulla base dei pochi articoli di giornale di quell’epoca, sono riusciti ad individuare l’attuale possessore e a sequestrare i reperti. L’intero corredo, di cui è stato effettuato un accurato esame da parte dei funzionari della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Novara, competente per le Province di Biella, Novara, Verbano-Cusio-Ossola e Vercelli , è apparso subito di straordinaria importanza storica, sia per la omogeneità contesto funerario − il solo rinvenimento certo di età romana dalla città di Domodossola − sia presenza di un rarissimo, per il territorio piemontese, piattello in vetro a mosaico decorato a nastri. Si tratta del primo esemplare rivenuto nell’ambito di un contesto chiuso e di cui siano conosciute le caratteristiche generali, malgrado non sia stato effettuato un corretto scavo stratigrafico. Un valore di oltre 100.000 euro, secondo una stima provvisoria degli archeologi. L’Autorità Giudiziaria di Verbania, al termine del procedimento penale, ha disposto la confisca di tutti gli oggetti e la restituzione, per lo Stato Italiano, alla Soprintendenza di Novara che potrà studiarlo nel dettaglio, restaurarlo e finalmente esporlo alla pubblica fruizione”.