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don Nur a San Domenico lug 2019

VILLADOSSOLA-18-4-2020 -- Don Nur El Din Nassar

giovane sacerdote ossolano da più di due anni missionario in Ciad, è stato protagonista un paio di giorni fa di un articolo su “Avvenire”, il quotidiano della Conferenza episcopale italiana. Intervistato da Giorgio Paolucci, ha raccontato cosa significhi il pericolo Coronavirus per la gente di Bissi – Mafou, dove don Nur opera insieme ad un altro sacerdote ossolano, don Fabrizio Scopa, uno novarese, don Benoît Lovati, uno ciadiano, don Jerome Laggabe e una missionaria laica italiana, Chiara Martini. Ha raccontato come un Ciadiano di quelle zone, lontane dalle grandi città e dalla civiltà moderna, vede l’emergenza sanitaria in Italia. Perché là le strade sono piste sterrate, è difficile telefonare anche con i cellulari, nelle case non c’è energia elettrica né televisori ma le radioline ci sono e la gente le ascolta. Quando sentono le notizie sui provvedimenti del Governo italiano che ci obbligano a restare chiusi in casa, spiega il missionario, rimangono esterrefatti; si chiedono come facciamo a procurarci l’acqua e la legna per accendere il fuoco. Nelle loro case non arriva l’acqua potabile: si deve uscire per andarla a prendere al pozzo o alla fontana. Non c’è il gas metano; bisogna uscire a prendere la legna per cucinare. Per giunta, spiega ancora don Nur, non è possibile chiudersi in casa dove le case non hanno né muri né porte. Non si possono evitare gli assembramenti dove le famiglie possono arrivare a contare anche 50 membri. Per questo i provvedimenti del Governo ciadiano non impediscono alla gente di radunarsi. Ma c’è di più; per loro vivere equivale a vivere insieme. Quando vogliono insultare pesantemente qualcuno gli dicono “Tu sei uno che cammina da solo”. Questa cosa don Nur l’aveva già raccontata a noi di “Ossola24.it”, in una videointervista rilasciata l’estate dell’anno scorso a San Domenico, mentre partecipava ad una vacanza delle comunità di Comunione e Liberazione della Diocesi di Novara ( intervista don Nur ) . Colpisce la differenza di vita, di mentalità, fra noi e i parrocchiani di Bissi Mafou. Il contagio da Coronavirus non li spaventa più di tanto, dice il missionario al suo intervistatore: sono abituati ad un livello di vita impensabile per un Europeo, hanno davanti agli occhi tutti i giorni un futuro pieno di incognite. Una malattia che non si riesce a curare per loro è una cosa ordinaria. Ma colpisce soprattutto la loro fede. Quasi nessuno di loro sa esattamente dove si trovi l’Italia; sanno solo che don Nur, don Fabrizio, don Benoît e Chiara sono Italiani e questo basta per farli pregare per il nostro Paese. Il missionario racconta del padre di un ragazzo, morto improvvisamente per una malattia fulminante. Don Nur va a trovare la famiglia del ragazzo e la trova in mezzo a un gruppo di duecento giovani che intonano canti di ringraziamento; chi prende la parola lo fa per esprimere speranza; alla fine il padre del giovane pronuncia queste testuali parole: “Ieri ero scoraggiato, oggi il mio cuore è pieno di gioia”. Ha detto proprio “gioia”, sottolinea don Nur: la fede per lui non era “una pillola per dare un po’ di sollievo”. “Forse noi europei  - commenta il missionario – succubi della paura, ansiosi di risposte certe e veloci dalla Scienza, possiamo imparare qualcosa dal modo con cui questa gente sta di fronte al presente.” 

 Mauro Zuccari